martedì 9 giugno 2009
le isole si accendono 2009
venerdì 20 giugno 2008
martedì 17 giugno 2008
Pantera - Il testo comune 2008
Nell’agosto di un’estate torrida si perse una pantera
confidando nel suo istinto girovagava di notte
e dormiva di giorno tra fichi d’india
piante d’ agave e finocchiella selvatica
non lo aveva mai visto prima
sempre gabbie carrozzoni fruste
due bambine riempivano un secchiello di sabbia
si fermò dietro di loro a guardare
quando il sole tramontò venne una donna
le prese per mano e le portò via
riflesse dietro le sue spalle c’erano le bambine
per raggiungerle la pantera si tuffò
il mare si tinse tutto di nero
(Sergio Zuccaro, Pantera, in “Date”, Campanotto Editore, 2007)
lunedì 16 giugno 2008
FUOCO- Luce ed energia dal solstizio d’estate
Comasia Aquaro, Manuela Bellisomi, Luisella Carretta, Fabrizio Casapietra, Tina Cosmai, Chiara Daino, Lucetta Frisa, Marco Fabio Gasperini; Francesco Macciò, Cécile Oumhani, Luca Ricasso, Irina Possamai, Gianni Priano, Alessandro Prusso, Aurelio Ruggero, Cristina Unterberger
L’iniziativa genovese, organizzata dalle Associazioni Culturali: Le Arie del Tempo, Genovainedita, Libreria Finisterre, Consorzio Truogoli di Santa Brigida, aderisce al progetto “Le isole si accendono”, dell'Associazione “Città del Monte”, Vesuvio - Napoli, nella lettura contemporanea di versi, sabato 21 giugno alle ore 21.00.
La Manifestazione è stata realizzata con il contributo del Consiglio di Circoscrizione Centro Est del Comune di Genova
FUOCO
Luce ed energia dal solstizio d’estate
Progetto a cura di: Luisella Carretta, Tina Cosmai, Carolina Cuneo, Alessandra Russo
Il fuoco incanta, porta lontano, purifica, trasforma
emana luce come il solstizio d’estate
quando il sole all’apice ci manda la sua più grande energia luminosa.
Il nucleo della terra è sempre fuoco
possiamo pensare all’origine del mondo.
Programma:
Venerdì 20 giugno ore 18.00 – via Lomellini, 3/3
Inaugurazione della mostra:
“FUOCO. Luce ed energia dal solstizio d'estate”
Prime letture di versi
Ore 21.00 – piazza Truogoli di Santa Brigida
Letture poetiche a lume di candela, con accompagnamento di chitarra e suoni di Mauro Cossu
Sabato 21 giugno- Ore 20.00
Rituale del Solstizio d'Estate.
Letture poetiche in contemporanea con Napoli, intorno ad un falò, in piazza Truogoli di Santa Brigida.
Il sito web sarà realizzato dall’associazione Le Arie del Tempo a cura di Domingo Donato
http://www.luisellacarretta.it/
http://www.genovainedita.it/
http://www.libreriafinisterre.it/
FUOCO
Luce ed energia dal solstizio d’estate
Mostra internazionale
immagini e parole di:
Marta Ampolo (Italia), Vincenzo Ampolo (Italia), Rould Anagnostos (Grecia), Sandra Argurio (Italia), Hélène Auby (Canada), Silvia Ballerini (Italia), Luisa Bergamini (Italia), Angela Biancofiore / Clément Barniaudy (Francia), Julien Blaine (Francia), Alberto Bongini (Italia), Viviana Buttarelli (Italia), Luisella Carretta (Italia), Bruno Cassaglia (Italia), Marilena Cataldini (Italia), Alessandra Cenni (Italia), Antonello Chirulli (Italia), Santina Chirulli (B), Paolo G. Conti (Italia), Carolina Cuneo (Italia), Caterina Davinio (Italia), Enzo Di Maio (Italia), Brunetto De Batté (Italia), Sylvie Durbec (Francia), Piero Fenoglia (Italia), Alberto Ferretti (Finlandia), Monica Ferretti (Italia), Chiara Fiorini (Svizzera), Ines Fontenla (Argentina), Graziella Gemignani (Italia), Yves Gonthier (Canada), Francisco Garcia-Perez (Messico), Carla Iacono (Italia), Polixene Kasda (Grecia), Leena Maki-Patola (Finlandia), Marcello Marella (Italia), Ponziano Medda (Italia), Carlo Merello (Italia), Marcello Mogni (Italia), Maria Rosa Montiani (Italia), Maurizio Olita (Italia), Cecile Oumhani (Francia), Viola Pagliano (Italia), Giuseppe Pellegrino (Italia), Agostino Perrini (Italia), Raffaele Perrotta (Italia), Regine Ramseier (Svizzera), Mario Ranieri (Italia), Luigi Maria Rigon (Italia), Alina Rizzi (Italia), Leonardo Rosa (Italia), Kostantinos Rospoglou (Grecia), Alessandra Russo (Italia), Antonio Sassu (Italia), Francesco Sessa (Italia), Bruno Servi (Italia), Giorgio Syrakis (Grecia), Giorgia Ugo (Italia), Grota Vorgia (Grecia), Giuseppe Zuccarino (Italia).
Intervento sonoro di Mauro Cossu (Italia)
La mostra sarà visitabile
nella sede dell’Associazione Le Arie del Tempo in via Lomellini 3/3
dal 20 al 28 giugno 2008 dalle 17.30 alle 19.30 (feriali).
Associazione Culturale
via Lomellini 3/3, 16124, Genova, Italy
Tel: 00 39 0102468446 - E-MAIL: mailto:info@luisellacaretta.ithttp://www.leariedeltempo.it/
LA POESIA E I FALO'
Versi per il Solstizio d'Estate
In un'epoca in cui la Poesia difficilmente penetra la vita, Genova celebra il “Canto”con una particolare iniziativa che lega la semplicità terrestre dell'uomo alle potenzialità celesti.
Identità umana e natura si fondono nei versi di poeti che canteranno gli elementi, simbolici e fisici, del Solstizio d'Estate: il Fuoco, la Luce, la Forza.
Nasce “FUOCO. Luce ed energia dal solstizio d'estate”, a cura di Luisella Carretta, Tina Cosmai, Carolina Cuneo e Alessandra Russo.
Il 20 e il 21 giugno, le Associazioni Culturali Le Arie del tempo, Genovainedita e la Libreria Finisterre, accoglieranno poeti e rituali legati al tema del Fuoco: Comasia Aquaro, che leggerà anche versi di Cécile Oumhani, poeta francese; Manuela Bellisomi; Fabrizio Casapietra; Chiara Daino; Lucetta Frisa; Marco Fabio Gasperini; Francesco Macciò; Luca Picasso; Irina Possamai; Gianni Priano; Alessandro Prusso; Aurelio Ruggero; Cristina Unterberger declameranno versi inediti e editi, propri o di altri poeti che hanno cantato il Fuoco e il Solstizio d'Estate, in un'atmosfera suggestiva, dinanzi ad un falò in piazza Truogoli di Santa Brigida. L'iniziativa genovese aderisce al progetto “Le isole si accendono”, dell'Associazione “Città del Monte”, Vesuvio - Napoli, nella lettura contemporanea di versi, sabato 21 giugno alle ore 20.00
L'intero evento è collegato ad una mostra che porta lo stesso titolo e che sarà inaugurata venerdì 20 giugno alle ore 18.00 nella sede dell'Associazione “Le Arie del Tempo” in via Lomellini, 3. Gli artisti: italiani, francesi, svizzeri, greci, finlandesi, argentini, hanno dipinto immagini ma anche scritto parole, poesie visive. Alcuni di loro saranno presenti all'inaugurazione. La mostra sarà visitabile sino al 28 giugno.
La manifestazione è stata realizzata con il contributo della Circoscrizione Centro Est – Comune di Genova.
Programma:
Venerdì 20 giugno ore 18.00 – via Lomellini, 3
Inaugurazione della mostra “FUOCO. Luce ed energia dal solstizio d'estate”
Prime letture di versi
Ore 21.00 – piazza Truogoli di Santa Brigida
Letture poetiche a lume di candela, con accompagnamento di chitarra e suoni di Mario Cossu
Sabato 21 giugno- Ore 20.00
Rituale del Solstizio d'Estate.
Letture poetiche in contemporanea con Napoli, intorno ad un falò, in piazza Truogoli di Santa Brigida.
http://www.luisellacarretta.it/
http://www.genovainedita.it/
http://www.libreriafinisterre.it/
venerdì 13 giugno 2008
lunedì 9 giugno 2008
Il mistero della pantera perduta
(in un testo di Sergio Zuccaro)
Io per poter essere quello che sono ma soprattutto per poterlo dichiarare ho dovuto praticare il mio dissolvimento… Per diventare nessuno ho dovuto vestire i panni di tutti … Diciamo che gli autoritratti degli 80 autori del libro sono il mio autoritratto, è per questo che mi ostino a non volerla considerare un'antologia ma un testo. Di questi tempi la voce, quella delle corde vocali per intenderci, la fa da padrone (la voce del padrone?), l'oralità, grazie ai media, ha imposto la sua centralità nel messaggio, fast words direi, rumore? con quali conseguenze? Che la storia si è appiattita nella cronaca e la coscienza nel parlato. Tutto ciò non riesce a diventare linguaggio ed ecco che la poesia cerca di ricreare quello slittamento (cioè dal verbigerare al dire , ndr) tornando all'origine, all'oralità. La distinzione sta nella forma stessa del fare poetico. Nel paradosso della sua lentezza rispetto al passo levriero delle altre espressività.Il fare poetico ti permette la riflessione, la speculazione, l'utopia. Non è costretta a strizzare l'occhio al mercato perché al mercato non interessa…
La lentezza che impone è la preparazione del volo, ma la velocità dell'intuizione è superiore alla velocità della navicella su cui stiamo volando.
La difficoltà è nel riconoscerla, mascherata com'è in altre discipline. Tanto per intenderci, io penso che la poesia (il testo scritto,ndr) sia morta, ma che i poeti (non necessariamente quelli che scrivono in versi o in altre forme, ndr) siano vivi ( il che riguarda altre forme umanissime come, ad esempio, la religione, che è morta mentre, mi dicono, dio è vivo – ndr),
vale a dire che l’estrema formalizzazione degli atti sociali, la loro burocratizzazione, rendono incomprensibile l’atto stesso, l’azione che vogliono condividere e segnalare, isolando l’officiante, sia esso poeta, politico, prete o sciamano.
Le frasi in corsivo sono state rilasciate da Sergio Zuccaro durante un’intervista ad Armando Adolgiso per la rubrica Enterprise (www.adolgiso.it) e contengono, nuclearmente, il suo progetto poetologico.
La specificazione, ad esempio, di “voce” come “quella delle corde vocali” e non, piuttosto, come “Voce” (cioè il “chiamare” le cose alla presenza propria e del sé) o nel senso di Derrida o di Zumthor, rinvia altresì a un parlare che in questo poeta si inoltra nel dire (etim. mostrare), tipico dell’etica della poesia.
Sulla questione oralità-scrittura e sulle vicende orali, scritturali e/o verbovisuali della poesia e del suo mascherarsi in altre discipline ci torneremo in altra occasione, dedicandovi un lungo saggio (ahimè scritto). L’argomento, esteso sia storicamente che antropologicamente, può essere affrontato con un approccio che osservi il divenire storico delle espressioni umane e della poesia (e, anzi, secondo il linguaggio di Zuccaro, della pratica poetica) che qui, in Date, è la forma colloquiale, che presuppone un incontro, dialogico, tra il lettore e l’autore (autore come pagina scritta) con le note dinamiche esaminate da Ricoeur.
Il fatto che i testi di Date inizino sempre raccontando una storia, un fatto, un episodio, un aneddoto, un caso, sottende proprio questo progetto d’interlocuzione, d’incontro. Del resto, quando ci incontriamo con un’altra persona ci raccontiamo sempre fatti e se l’incontro avviene nel ricordo questa persona la vediamo affaccendata a fare qualcosa, è in movimento, cioè nel tempo. Molto raramente l’altro ci si presenta con sotto il braccio appunti filosofici o equazioni a tre incognite essendo lo stesso incontro e il narrarsi le reciproche esperienze già di per sé una incognita non da poco, quanto meno interpretativa del discorso e dell’atteggiamento dell’altro, un attrito tra due mondi e sistemi percettivi.
Se “Io sono il titolo” (l’antologia-testo cui si riferisce il poeta) è, giustamente, e borgesianamente, il lavoro in cui Zuccaro si mimetizza e usa molti alias o eteronomi (ma c’è piuttosto, un senso storico dell’identità di poeta come uomo-che-pratica-la-poesia, al punto di insinuarsi nel libro dell’amico Elmerindo Fiore firmando l’ultimo testo) e se ciò gli consente di andare in tutte le direzioni in cui vanno i suoi interlocutori è altrettanto vero che dietro l’ annullamento anagrafico cercato dal poeta si nasconde qualcosa di molto importante, del tipo elaborato da Pacheco in “In difesa dell’anonimato”, da cui traggo, omaggiandone Zuccaro in termini di solidarietà poetologica,
Non importa che la freccia
Raggiunga il bersaglio.
Meglio così.
Non catturare nessuna preda.
Non far danno a nessuno.
Perché ciò che importa è il volo, la traiettoria, l’impulso,
il tratto d’aria percorso nel salire,
l’oscurità che sgombra al conficcarsi
vibrante
nell’estensione del nulla.
Dirò altresì che Zuccaro è uno che ascolta la “voce” degli antenati così come Pacheco ascolta i suoi, biologici e culturali, qui individuabili in Parmenide, Zenone e, con quell’estendere più che in-tendere dell’arco (cioè la freccia come intenzione dell’arco) Husserl semprechè, ovviamente, non contestualizziamo quella freccia nell’ambiente al quale appartiene Pacheco, il Messico, il che significa vedere quel vettore come lo vedrebbe, anche, un azteco, con insospettate relazioni e significati. L’uno, ovviamente, non esclude l’altro.
Zuccaro, come quella freccia, segue l’impulso più che la direzione. L’impulso meditato perché atteso è per questo poeta di fondamentale importanza cognitiva, come vedremo.
Date è una cronografia personale, nel senso che ci aiuta a individuare la persona dietro le persone, così come ci suggerisce l’immagine della locandina elaborata per questa serata (due donne, coi capelli rossi, nude, indossano una maschera d’oro) o, al contrario, l’umano che un archeologo scava e trova dietro una maschera atride.
E’ certamente un discorso d’alchimia, di trasformazione, ma occorre puntualizzare in che consiste, per Zuccaro, questa trasformazione che più che modificare il soggetto che percepisce trasforma lo stato delle cose sì che il soggetto le veda in modo diverso, cambiando atteggiamento. Del resto, per una lettura alchemica, sempre valida per ogni situazione grazie all’ampiezza e ai confini della metafora alchemica, basta leggere sotto forma di “rubedo” ciò che è “nigredo” o viceversa, e saremmo a pieno titolo in gioco, considerato anche che i due poeti di stasera sono in dinamica filosofale, giocano l’uno con le carte dell’altro, a “chi perde vince”, mischiano le rispettive date. Con questo metodo, potremmo raggruppare sulla sinistra un certo numero di testi di Zuccaro, omogenei o che abbiano una coerenza tra loro (basta già quella compositiva) e sul lato destro del foglio fare altrettanto con altri testi. Potremmo, ancora, togliere le date e mischiare gli anni in modo da far apparire gli eventi come dejà vu. Ancora, sarebbe possibile leggere i due libri alternando i testi dell’uno e dell’altro, con esiti certamente molto interessanti e originali (si ripercorrerebbe, cioè, su altri piani cognitivi,la dinamica testo-lettore, che qui diventerebbe libro-libro). Se mettete a confronto le copertine dei libri, avrete un bel po’ di informazioni su ciò che i due poeti hanno deciso di comunicare con due raccolte che sembrano un’edizione gemellare:

ELMERINDO FIORE
DELLE DATE DIMORE
ALCHIMIA DATE
DATE – DATE (scambio di date con date)
DATE = DA TE (A ME?)
Darebbe la chiave di lettura, peraltro dichiarata, di ambedue i libri. Ma a noi interessa, qui, capire cosa avviene e se avviene in termini poetici, vale a dire perché si sceglie uno stile allusivo, evocativo (pur trattandosi in genere, in Zuccaro, di descrizione di fatti) sotto un ritmo andante prosastico, descrittivo.
L’argomento dei testi riguarda sempre il passato dunque possiamo stabilire che il locus dove avviene l’attività di trasformazione è la memoria, realtà della realtà, verità (saper sentire, vissuto) contrapposta all’oggettività dei dati.
Dati e Date sono omologhi. Questo libro è un’agenda che non reca, annotandole, le cose da fare (a meno che non si intendano i testi proprio come “note” a piè pagina degli eventi) ma quelle già fatte al fine di ripercorrere il vissuto e la vita di relazione annodando la trama dell’esperienza e guardandola in controluce. Il riordino avviene attraverso episodi, anche minimali, accidentali come un incontro non previsto in agenda (in genere sempre cercato, tralasciando quelli già-scritti e programmati) nonché attraverso l’elaborazione degli stessi in forma di simbolo. Si percepiscono dunque due tensioni: quella verso il quotidiano e quella verso la ricontestualizzazione del quotidiano per collocarlo nell’area dell’esemplare perché il bisogno, umanissimo, è quello di potersi dire “il senso di tutto ciò è questo” (l’indicare, il mostrare-dire della parola poetica che è poi la tensione, l’intensione della freccia che esiste e vive finchè non centra il nulla. Si registra allora che moltissimi eventi ,attesi, cercati e dunque mai casuali, diventano la norma.
Questi dati calendariali vengono elevati a memorabilia, formano un album di fotografie istantanee che il poeta sistema prelevandole da un black-box artigianale: lo scatolo di scarpe o di biscotti in cui mettiamo le nostre foto in attesa, chissà quando, di essere sistemate.
Ma in che modo la poetica di Zuccaro ha a che vedere con la memoria e, specificamente, con la memoria poetica? La questione non è di scarso rilievo e rispondere significa capire se c’è un bersaglio a quella freccia, in quale “aere” essa viaggi.
Cercherò di farlo in modo che per il lettore sia immediatamente intuibile per quali motivi un testo è poesia rispetto a un altro che non lo è (o non lo sarebbe: dipende dagli strumenti di cui si dispone. Infatti, manipolato, un articolo di cronaca può essere altrettanto denso di un haiku). Occore allora stabilire qui il perimetro del fenomeno poetico e sono costretto, oltrepassando molte cose, a farlo assiomaticamente con l’avvertenza, peraltro ovvia, che se l’assioma fosse diverso lo sarebbero anche le dimostrazioni ma solo quanto a conclusione e non certo in ordine alle procedure dimostrative e che lo stesso svilupparsi “poetico” delle dimostrazioni, vale a dire la possibilità di seguire molte direzioni contemporaneamente, sarebbe ed è un ulteriore c.v.d.
L’assunto iniziale è che la rappresentazione mentale avviene attraverso due canali intrecciati: verbale, visivo (Paivio, 1976). Altrove ci siamo intrattenuti su questa faccenda che coinvolge
anche questioni linguistiche e neurologiche. Qui mi esprimerò con una parabola. Questo “doppio canale” è un sistema sul quale deve passare un treno che andrà in una direzione, che chiamiamo “senso” di marcia. Ma, beninteso, i treni sono molti, con differenti orari (il lettore del testo). La struttura, l’anno di costruzione, l’alimentazione, il modello, la tipologia del treno e la varietà dei passeggeri, l’avere o non carrozze divise in classi, è già un problema da affrontare per capire “quel” treno e valutare la sua possibilità di giungere a destinazione, se salirci sopra o no. Questo treno è costretto, comunque, a percorrere il suo cammino su due binari collegati tra loro da traversine. Tra una traversina e l’altra vi sono dei ciottoli.
Chiameremo “treno” il corredo stilistico, culturale, sociale della persona che parla con noi (e che, beninteso, talvolta lo fa deragliare programmaticamente con le sue invenzioni stilistiche o le accelerazioni improvvise o i rallentamenti); direzione di marcia il “senso” di ciò che ci dice (ripercorriamo con lui le stazioni, se le riconosciamo in noi), il suo “voler-dire”; il primo binario è l’apparato verbale; il secondo binario quello visivo. Le traversine sono i “legamenti” tra sistema verbale e sistema visivo. I significati sono i ciottoli posti tra le varie traversine che “reggono” i binari e che le dividono,unendole, tra loro. Visualizzando:

Ci rendiamo conto, a questo punto, che il sistema è molto più complesso di quanto supponevamo perché vediamo che ogni lettera, serialmente connessa con le altre, si relaziona con i suoi allegati (isolati e contigui a quelli delle altre lettere) , con ogni numero e con la serie dei numeri nonché con i loro allegati. Vediamo le traversine a-0:

Lo stesso tipo di legamento vale per tutte le lettere e i numeri fino a formare un “intreccio”, una griglia, una trama che, in poesia, è particolarmente complessa e contiene tutte le possibili relazioni tra i dati. Quanto più è organizzato un poeta tanto maggiore è la “forza” connotativa ed evocativa del suo dire, il significa che ha molte informazioni in memoria (sia “tecniche” che di “vissuto”). Certo, può capitare che talvolta un poeta non si rende conto di ciò che realmente nasconde il suo testo. In verità ne dubito perché in tal caso non sarebbe un poeta ma un tardo-romantico, con la differnza che i romantici sapevano bene cosa stavano facendo.
Non è, ad esempio, un caso che Michelangelo, un grande auctor, abbia dipinto Dio che crea Adamo all’interno di uno cerchio che ricorda la morfologia del cervello e può meravigliarsi solo chi non sa che Michelangelo fu tra quelli che, nel rinascimento, osservavano l’anatomia. In ogni caso che l’autore sia consapevole o non di ciò che elabora non inficia minimamente il testo stesso né lo inficia l’eventuale dichiarazione dell’autore “ma io volevo dire un’altra cosa” in quanto, una volta pubblicato, un testo o qualsiasi prodotto dell’intelligenza non appartiene più all’autore stesso ma è segno tra i segni, obbedisce ad altre dinamiche e logiche. Ma anche questa è una cosa scontata.
Se sostituissimo “treno”, rotaie”, “traversine”, “ciottoli” con i termini del sistema neurologico la questione ci sarà immediatamente comprensibile in ordine al meccanismo. Rimane oscura in ordine alle “scelte” (quali immagini-parole sono state scelte, e perché?) elaborate dal poeta, che di queste cose ne fa una ragione di vita, di prassi, uno che modifica costantemente l’ordine dei binari e la direzione di marcia, che procede per stati d’equilibrio dinamici, che agisce sul campo delle sue e nostre rappresentazioni mentali, uno che, in fondo, è ricorsivo sulla propria memoria.
Un esempio per capire un po’ più a fondo la griglia:
parola: donna
immagine: domina, augusta mater, madre, moglie, bambina, femmina, ciclo lunare, sesso, curve, seduzione, amore, donna angelicata, prostituta, vestale….
E’ intuitivo che un’immagine può fungere da parola e viceversa così come lo è il fatto che ogni parola non può prescindere dal suo corredo storico (in sostanza, già la serie che abbiamo
elencato d’impulso accanto a immagine è una griglia di una certa complessità).
La gestione (logica, emotiva, verbigera, stilistica, ecc.) delle variabili della griglia dà la misura delle abilità di un poeta. Il senso di “spaesamento” che proviamo davanti a un testo di poesia o un altro prodotto artistico è generato dall’accumularsi, consapevole o meno, secondo i lettori, di tutti i dati e delle relazioni interne ed esterne della griglia, cose che suscitano ed “emozionano” la nostra memoria, sulla quale sono collocati i binari. La rimodulano. Ne deriva la funzione anche terapeutica della poesia.
Informo gli ascoltatori e il lettore che lo schema proposto sopra come lineare è in effetti circolare e che ha illustrissimi antecedenti, da molto prima di Raimondo Lullo a Giordano Bruno e oltre. Gli “schemi logico-funzionalisti” utilizzati da loro e da tanti altri prima e dopo di loro sono validi anche per discipline diverse come, per esempio, l’arte della memoria (celeberrimo il metodo dei loci descritto nella Retorica ad Herennium), il sistema musicale e quello architettonico,cosa peraltro egregiamente fatta da Schneider e reperibile in molti lavori di alta patafisica, ivi incluso il celeberrimo “100.000.000.000.000 di poesie” di Raimond Queneau e riscontrabili nei familiari zodiaci o astrolabi.
Due esempi:

Ma non vi costringo di più sulla sedia. Memorizziamo le immagini “alchemiche” di Lullo e Bruno e torniamo a Zuccaro.
Nella serie dei suoi dati d’esperienza, nella loro “confusione”, egli opera una scelta , una direzione di marcia che ci presenta gli eventi del libro-agenda come un dejà vu. Vale a dire: gli eventi sono stati effettivamente già-vissuti ma, ora, nel loro ripercorrerli, appaiono come dejà-vu, bisognosi di un senso che non coincide con quello del primo impatto per cui occorre ritrovarli in qualche corridoio della memoria (anche quella del corpo, che ha una memoria impressiva e non espressiva). E’ qui, in questo impulso e bisogno di riordino, che interviene il poeta, che opera le sue scelte connotative ed evocative moltiplicando le possibilità “combinatorie” dei legamenti parole-immagini-costruzione sintattica e stilistica, amplificando le libertà di scelta e, dunque, di gestione delle “date-dati”, ivi inclusi quelli depositati come “fossili culturali” nel midollo cerebrale.
Valga per tutti il primo testo, Pantera, sul quale ci soffermiamo seguendo il poeta nel suo raccontare una fiaba. Scegliamo questo testo per due motivi. Il primo: è stato messo all’inizio del libro dall’autore. Perché? E’ chiaro che vuole avere un valore segnaletico. Il secondo: trattandosi fondamentalmente della storia di un mito, l’argomento è test del “testo”, utile per il nostro assunto. Dopo questa analisi sicuramente gli altri testi del volume non appariranno più come uno se li aspettava e, in termini di contributo alla critica di sè stessi, è plausibile immaginare che il lettore prenderà le sue vecchie agende seguendo il metodo di Zuccaro.
Ecco la storia:
Nell’agosto di un’estate torrida si perse una pantera
confidando nel suo istinto girovagava di notte
e dormiva di giorno tra fichi d’india
piante d’ agave e finocchiella selvatica
un pomeriggio si svegliò al rumore del mare
non lo aveva mai visto prima
sempre gabbie carrozzoni fruste
due bambine riempivano un secchiello di sabbia
lasciando orme profonde si avvicinò lentamente
si fermò dietro di loro a guardare
quando il sole tramontò venne una donna
le prese per mano e le portò via
solo allora vide se stessa nell’acqua
riflesse dietro le sue spalle c’erano le bambine
per raggiungerle la pantera si tuffò
il mare si tinse tutto di nero
Prendiamo martello,chiodi, vari attrezzi e cominciamo a costruire i nostri binari “binari”.
In limine, diremo che siamo autorizzati al tipo di analisi che effettueremo da un dettaglio: l’assenza di interpunzione che ci segnala che questo testo ripercorre un andamento di immagini di tipo paratattico e non ipotattico, vale a dire che i momenti della storia avvengono simultaneamente, come nel sogno (che, fino a prova contraria, non ha punti e virgole). Gli stessi spazi bianchi tra una quartina e l’altra non mi sembrano indicare, come si suol credere, spazi di silenzio o l’obbedienza a stilemi ma l’apparire e scomparire dell’autore con la sua voce (se non proprio l’acquattarsi della pantera, che è nera, mentre gli spazi sono bianchi. Ciò ha una sua logica “polare” coerente con quella del testo). Sarebbe possibile anche leggere il testo considerando pause le parti nere e testo le parti bianche.
Ma veniamo alla storia. una pantera si perse durante un’estate torrida. L’ episodio è registrato dalle cronache di qualche anno fa. Di questa pantera sentiamo la secchezza delle fauci. Perché si perse? Che significa perdersi? Perse, evidentemente, il suo essere pantera. E’ scappata da un circo, come ci viene segnalato dopo. In questo circo la pantera è nata in gabbia, addomesticata tra carrozzoni e con fruste. Un po’ come noi, in fondo, che teniamo al guinzaglio i nostri impulsi naturali, biologici, sensitivi. La pantera dorme di giorno e va a caccia di notte, il che è tipico di questo cacciatore notturno. Il paesaggio nel quale si adagia è molto mediterraneo, quasi mediorientale, forse siciliano, calabrese, greco. Se potessi chiedere al lettore , sulla base della descrizione di Zuccaro, di darmi qualche informazione in più su come immagina questo paesaggio sono convinto che lo connoterebbe anche con “mare”. Il mare c’è in questo testo. Ma già comincia a far sentire la propria presenza dai primi versi. E’ evidente che, traendo occasione dal fatto reale di una pantera fuggita da un circo, questa qui di Zuccaro è lo spirito dell’estate. L’ora, l’ambiente, sono infatti quelli meridiani in cui, anticamente, si riteneva (ma anche oggi, se si legge, ad esempio, come va letto, “Meriggiare pallido e assorto” di Montale) che quella fosse l’ora degli spiriti, un’ora terribile, ferina. Questa pantera è dunque lo spirito del fuoco. Perché il fuoco (e dunque i suoi aggregati simbolici)? Ce lo dice il linguaggio usato da Zuccaro: “in un agosto di un’estate torrida” che significa, tenendo presente gli etimi delle parole, “nell’aumentare (agosto, augere) di un bruciare (estate, aestus) secco (tersàinein, inaridire,tizzone, torrido)”.
La pantera ha artigli. Tutto il paesaggio è “pantera”, selva selvatica. Le piante sotto cui dorme sono “fichi d’india, agavi, finocchiella selvatica” cioè piante che hanno spine (fico d’india, agave) o profumo intenso, penetrante. Spine e profumo penetrante sono omologhi agli artigli. Che i fichi siano d’India (cioè Asia) e che la finocchiella sia profumata non sono un particolare secondario, come vedremo, e sono pienamente coerenti con il sistema storico-rappresentativo che in Zuccaro ha attivato l’episodio di una pantera scappata da un circo. Se, poi, immaginiamo che queste piante sorvegliano i sogni della pantera mentre dorme la situazione si fa più interessante perché scopriamo che possiamo gestire con relativa semplicità moltissime variabili di relazioni tra i binari, le traversine, i ciottoli di questo testo. Adesso, ad esempio, io vedo stelle addormentate nel manto della pantera (non si dice, infatti, “manto di stelle”?).
La fiera “confidando nel suo istinto girovagava di notte”., vale a dire che, affidandosi senz’altro e totalmente allo “stimulus” appuntito della propria fisicità ( “istinto” deriva da “STIG”, appuntito -e non a caso mi è uscito dalla penna “stimulus”, bastone a punta che serviva per incitare gli animali da soma) continua a girovagare, come è girovago un circo; stavolta l’arena è la notte, metafora del suo stesso istinto. Dunque la pantera , notturna, girovaga in se stessa per trovare qualcosa di sé, forse un’identità.
Così posti i termini, la metafora ci dice che la pantera sta alla notte come la notte sta alla pantera. Lo stesso vale per la natura nel suo insieme. “Pantera” , da “pundarika”, sanscrito (fiera), qui l’ accogliamo, un po’ forzando ma seguendo l’indicazione occulta nell’autore, come “pan-therà”, “tuttofiera”.
Prego il lettore adesso di elaborare la sua “carta mentale” di “pantera”, scrivendo sui raggi del cerchio sottostante le parole-immagini così come gli vengono in mente:

Dopo aver fatto questo, si capirà subito qual è l’area evocativa di “pantera”. L’esercizio è importante ai fini della condivisione del senso, per poter dire, in questa situazione, che siamo d’accordo, che questi sono i binari e che il treno passa da qui (probabilmente, e salvo prova contraria – in poesia, come nella scienza, ci si muove sempre per abduzione e mai con le sole deduzione e induzione). Ma, ahimè, il lettore non è qui vicino a me. Mi dovrei sostituire un po’ a lui e sistemare sui raggi del cerchio ciò che a me viene in mente pensando “pantera”.
E’ chiaro che è quello che verrebbe in mente a tutti. Ma io ci metto anche qualche precedente illustre, gli auctores noti, consolidati, riconoscibili e riconosciuti. Potrei, in verità, utilizzare qualche cosa di contemporaneo, ad esempio un pittore che mi piace molto come Mario Persico, ma non voglio farmi picchiare dal lettore, desidero mantenersi sul collaudato, l’inoppugnabile perché condiviso.
Ci metto allora un nome: Rousseau Le Doganiere e richiamo alla memoria alcuni suoi quadri e poi ci adattato i titoli lasciando tra parentesi quelli originali:
Sicuramente c’è qualche lettore che non vede l’ora di darmi del bugiardo perché non sopporta questo mio modo di procedere e non mi sopporta perché considera, beato lui, la poesia solitaria emozione davanti ai tramonti delle passeggiate domenicali del dopocena. Cosa rispondere? Che è emozione anche una vincita al totocalcio o l’incontro con l’agente delle tasse o un tanga rosso di una bella donna che, tuttavia, come il bel tramonto e l’agente delle tasse, non è poesia. Né sopporta il mio procedere come se stessi descrivendo una delle macchine di Turing. Questo lettore mi ammonirà subito, l’indice del giudizio alzato, dicendo” Ma quello al centro è un leone!”. Appunto. “Pantera” , in sanscrito, significa “tigre” e il leone appartiene alla stessa famiglia della “pantera”, che è un “leo-pardus”, cioè un leone-pantera. Anticamente il leopardo era l’incrocio genetico di un leone e di un pardo, pantera.
Ma, simbolicamente e storicamente, chi è la “pantera”? E’ certamente la notte (o, qui, è quello dell’aprés-midi di Mallarmè) ed è ambivalente nel suo dormire diuturno -e guai a incontrarlo- e vegliare di notte ma è, soprattutto ed essenzialmente, uno spirito dionisiaco:

Sarà utile a questo punto ripercorrere “pantera” nei suoi connotati storico-simbolici. La forte coesione del lemma “pantera” nel tempo e nello spazio , se abbiamo compreso come funziona la griglia elementare disegnata, non meraviglierà più di tanto.
Il suo mantello è di rigore nell’abbigliamento dei sacerdoti egizi e, particolare significativo, nei riti funebri.ed è icona di Dioniso (ed ecco che ,forse, quel mare diventa luttuosamente nero per la morte della pantera). Sono note, altresì, le “confraternite-leopardo” antiche. Il suo alito è profumato ( “finocchiella selvatica”. E si veda, per saperne di più, un notissimo lavoro di Detienne, La pantera profumata). Non è un animale fortemente identitario come, p.es., il cavallo. Già con “cane” , animale infero e mortifero, l’area di significato si estende molto. In quanto imprevedibile la pantera sembra sinonimo di enigma.. Chi è questo leone-pardo, cioè leone pallido, livido? E, questo di Zuccaro, è maschio o femmina?
La pantera relativamente addomesticabile è il ghepardo, il cui mantello rivestiva Seth, il dio del male. In tal caso, il mantello ghepardato dei sacerdoti egizi rappresentava l’immolazione del male. Il leopardo delle nevi appartiene alle culture sciamaniche dell’Asia Centrale ed è un felino molto utilizzato dalla cultura azteca. Leopardato è il paesaggio di un racconto di Borges. In Cina il leopardo che entra e esce dalla tana significa il ritmo delle stagioni (qui, in Zuccaro, si individuano i due cicli giorno/notte ma con funzioni invertite per il metabolismo umano). Molto interessante è che, nella cultura cinese, il leopardo sia accomunato a un animale misterioso come il liocorno, il p’oching, che significa, guarda caso, “specchio rotto” (qui, la pantera si riflette nell’acqua). Daniele ha una visione (Dn, 7-2-7) in cui enormi animali, compreso il leopardo, escono dal mare, come il serpente di Laocoonte. I 4 animali di Daniele sono , come gli evangelisti emblematizzati in elementi mercuriali ( aquila, toro, leone, angelo) altrettante chimere e rappresentano nelle letture esegetiche 4 imperi: babilonese, persiano, di Alessandro, seleucide. Non è per caso che Daniele attribuisca la pantera ad Alessandro, nuovo Dioniso. E’ Aristotele che immagina l’alito profumato della pantera che attirerebbe così le prede (Animalium Historia) mentre nei Problemata Inedita sostiene che la varietà del mantello rappresenterebbe la varietà degli stati d’animo degli ubriachi. Che la nostra pantera sia nera (così come, comunque, immaginiamo in italiano “pantera”) lo apprendiamo alla fine, quando il mare diventa nero.
Si tenga altresì presente che la pantera è un animale essenzialmente orientale (ecco il fico d’India). La “signora delle pantere” è
Poikilia è un termine greco che indica sia la pelle screziata che l’intelligenza (politropica, di Odisseo). Esopo fa parlare, in tal senso, volpe e pantera. Eliano ci informa del fatto che la pantera si finge morta per avvicinare le prede. Il “profumo panterico” (Plinio) è l’elemento che la distingue tra tutti gli esseri viventi mentre Filostrato, nella sua Vita di Apollonio di Tiana, ci dice che pantere si mettevano in cammino dall’Armenia per giungere alle essenze e agli aromi della Panfilia. Oppiano informa che, per catturare una pantera, occorre spargere del vino, bevanda alla quale l’animale, dionisiaco, non sa resistere.
Cominciamo a supporre che “pantera” si riferisca all’eros, alla caccia, all’inganno, alla possessione. Qui, nel testo di Sergio, la pantera, da ingannatrice, è ingannata da sè stessa, come vedremo. Ma andiamo avanti, continuiamo nella nostra attività di raccoglitori di icone e significati collaudati dall’uso e dalla storia e che, per un qualche motivo misterioso (ma non tanto) si sono sedimentati nella mente di ciascuno e vengono risvegliati dal testo di Zuccaro. Questo excursus è importante perché, grazie alle relazioni, documentate, tra i simboli, consente di non ritenere aleatorio il nostro assioma perchè se altri, in altre epoche, hanno supposto lo stesso procedimento logico,analogico, anagogico o chi per esso, è valido anche il nostro che lo ripete, quanto a metodo, e che lo richiama quanto a contenuto attraverso l’attività di una cosa che, con un bel neologismo, Raffaele Rizzo ha chiamato “memorema”.
Continuando: Aphrodìsia àgra è la “caccia d’Afrodite”, dell’amore. Aristofane fa definire, nella Lisistrata, la cortigiana perfetta come “felina”, profumata, sinuosa, in agguato. Alessandro Magno torna dall’oriente su un carro a imitazione del trionfo di Dioniso, con pantere sotto il giogo. Antonio e Cleopatra avevano come segno distintivo del loro “Club degli Immortali” un mantello di leopardo. In occidente, dal medioevo in poi, la pantera cede il posto a un altro felino, il gatto, simbolo delle streghe e comunque di qualcosa di temibile. Dal medioevo in poi la terminologia e il simbolismo sostituiscono quello cultuale di Artemide., la cacciatrice lunare. La pantera dopo aver mangiato dorme per tre giorni nella sua tana e si risveglia. “Cristo, la tigre”, dice Borges ne “L’oro delle tigri”, spettacolare testo alchemico.
Euripide, infine, insiste sulle “false immagini” che genera Dioniso. Qui, la pantera è vittima di una falsa immagine, una spcularità. Abbiamo detto prima che nel medioevo Artemide fu sostituita (dalla Madonna, ovvio, innestata sul culto della grande madre che, a Efeso, era rappresentata da una statua d’Ossidiana, che è nera) ma nel Medioevo il tiaso notturno che i vescovi tedeschi del X-XI secolo chiamavano "società di Diana" ( una "Diana" germanica : forse Freya, Venere, da cui Venerdì, analogo al tedesco “Freitag”) è il primo nucleo del sabba stregonico , l’elemento femminile. Il cerchio del circo dal quale la pantera è fuggita, perdendosi,si potrebbe chiudere qui.. Tralasciamo, pertanto, altre informazioni, certamente dotte e note (p.es la “lince” di Dante, l’uso che i provenzali e gli stilnovisti hanno fatto del lemma, la sua presenza in molte “arme” da Enrico Plantageneto ai normanno-svevi, ecc.).
Torniamo a osservare che fa la pantera di Zuccaro. Abbiamo detto: dorme di giorno e fiuta, seguendo il suo istinto, di notte. Inspiegabilmente avverte, in un’ora postmeridiana, l’ora dei fauni, il mare. E si veglia. Non ci viene specificato se sogna il mare e si sveglia o sente realmente il rumore di una risacca e, dunque, viene svegliata, risvegliata. Di certo sappiamo che il mare “non lo aveva mai visto prima”. L’osservazione che il mare è per lei una novità ci indica che l’ inconscio della pantera comincia, pantericamente, ad acquattarsi da qualche parte, ad annusare la pantera stessa trasferendole il suo fiato profumato al fine di spingerla verso orizzonti mai immaginati , anche schizofrenici se si vuole, com’è nella tipologia della possessione, al di là della linea di confine (dove lei fa il balzo), la “schiza”.
La fiera si avvia sulla spiaggia e vede due bambine riempire un secchiello di sabbia. Il riferimento alla sabbia è un simbolo altrettanto eloquente come il mare; gli psicanalisti ricorrono talvolta al “gioco della sabbia” che consente ai pazienti di rimodellare le esperienze ponendo in un ordine significante gli oggetti che compongono il gioco.
Le bambine raccolgono sabbia e la mettono in un secchiello. Siamo anche certi che le due bambine giocano a costruire castelli, figure, forme varie. Forse scolpiranno una pantera.
Ma perché le bambine sono due? Sant’Agostino incontrò sulla costa africana un bambino-angelo. Qui Sergio ne incontra due. E sono bambine, non bambini o bambino-bambina. Perché? Bambo-bambino, contiene le consonanti BMB, che sono tra le prime nelle lallazioni dei neonati. Se ciò fosse esatto e non solo plausibile significherebbe che la pantera incontra il linguaggio? Che il tutto-animale incontra la parola? La sabbia è forse la prima lettera di un alfabeto? Se è così, le sue orme -pesanti e profonde ( sulla sabbia)- sono un’altra lettera? Si può anche supporre che le due bambine siano i coni contrapposti di una clessidra. Qusta ipotesi mi sembra la più coerente ma non per l’immagine quanto perché la sua struttura ripercorre fedelmente l’intera struttura interna del testo. Qual è? E’ elementare, Watson, ma lo sveleremo tra poco.
Dopo aver osservato la scena, la pantera si avvicina (non vista, non udita o vista e udita senza paura perché per un bambino è naturale e familiare che una pantera osservi i suoi giochi) si ferma dietro le due bambine.
E’ a questo punto che si delinea precisamente la funzione della pantera.
Cos’è, infatti, Watson, che si ferma dietro di noi, che ci inquieta ma che ci è familiare?
L’ombra, esatto. L’ombra è il principio-cardine dell’individuazione umana ed è nera come questa pantera. Il nero che colora il mare è precisamente il buio della notte. Dunque, questa pantera rappresenta qualcosa che va al di là della situazione narrata. Il sole tramonta (vien dunque meno, c.v.d., la condizione per cui l’ombra debba esistere) e una donna prende per mano le bambine e le porta via.
Chi è questa donna? Siamo portati a pensare, da subito, che è la madre. Forse la ma(d)re. Non v’è alcun motivo per il quale Sergio non avrebbe potuto scrivere “venne la madre”. Dunque questa donna non è la madre o, almeno, non solo e non necessariamente. Chi è? La morte? E’ ovvio, del tutto implicito ma faremmo torno al poeta manovrando uno scambio che porterebbe il nostro discorso a un binario morto.
Abbiamo sintetizzato le trasformazioni della pantera in eros, inteso come forza generatrice, occulta più che oscura.
Vediamo se c’è qualcun altro che ha utilizzato due elementi femminili, identici ed opposti come coni di una clessidra, per rappresentare l’eros:

Nel quadro di Tiziano, altamente simbolico e attuatore del neoplatonismo di Ficino, le due donne stanno in un rapporto per cui l’una, nuda, richiama l’altra, vestita e sono state identificate in Artemide (vergine, ma con un elemento di rosso che rinvia al manto della figura di destra) e Afrodite. In verità potrebbero anche essere le fasi cicliche, infera e tellurica, di Persefone. La composizione è ricchissima. Lo stesso paesaggio alle spalle delle due donne è a forma di bivio, in posizione chiastica, a clessidra, per cui quello dietro la donna vestita si adatterebbe alla donna nuda e viceversa. Chissà i piccolo cavaliere a sinistra che si inerpica sulla montagna chi va a liberare, con quale drago va a scontrarsi. Il motivo della “polarità” e coincidenza degli opposti rielaborato dalla scuola rinascimentale ficiniana trova qui la sua
codificazione grazie a due gemelle che, in fondo, sembrano le due bambine di Zuccaro diventate adulte. Eros, di spalle (come la pantera) alle due donne rimescola le loro immagini nella fontana. Ma vediamo se il testo ci dà qualche informazione in più sul perché le bambine sono due. Esse, dopo che è tramontato il sole, e solo allora (quando, dunque, non c’è più ombra perché tutto è diventato ombra), vengono portate via da una donna.
Nel dialogare con Sergio ho chiesto perché avesse inserito due bambine e chi ,secondo lui, fosse quella donna. La risposta è stata, per le bambine, un “non lo so”, ma molto poco convinto; per la “donna”, “è il mio femminile”.
Dopo qualche giorno, Sergio mi ha informato che aveva inserito due bambine nel testo in quanto ricordava -lontanamente- un quadro di Monet in cui c’erano due bambine e una donna vestita di nero. Accantoniamo un attimo questa informazione per riprenderla più in là.
Se leggiamo metaforicamente il testo, come la pantera è la “pan-therà”, analogamente una donna non è una donna quanto un femminile. Ricordiamo che il sole è tramontato. Che succede, d’estate, quando il sole è tramontato? Appare una stella, Diana (Artemide, ma soprattutto Venere). Venere, come si sa, è “stella doppia”, del mattino e della sera (i due cicli di Zuccaro, l’ “illo tempore” della pantera). Le due bambine sembrano funzione di “stella del mattino-stella della sera” , della duplicità dell’astro così come la donna (nel ricordo di Sergio “vestita di nero”) è/può essere certamente, come dicevamo, la morte. Ma perché le porta via? Per paura della “pan-therà” che potrebbe aprire loro gli occhi sul senso stesso del loro giocare con la sabbia, che è poi il senso dell’umano?
Solo quando tutto è buio e nulla la pantera vede riflessa sé stessa nell’acqua e, dietro le sue spalle, le due bambine (come eros sta dietro l’amore di Tiziano). Chissà, forse qui ci viene riproposto anche il mito di Narciso al contrario, nel senso che è l’immagine che si meraviglia di poter esistere realmente, e ne muore.
Spingiamoci un po’ più in là e vediamo se la “donna vestita di nero” è la pantera (dunque, alla coppia “pantera-donna vestita di nero” farebbe riscontro la coppia delle bambine). Che la donna è la pantera ce lo dice il testo. Come? Proviamo a leggerlo al contrario, a farlo “giro-vagare” in circolo:
il mare si tinse tutto di nero
per raggiungerle la pantera si tuffò
riflesse dietro le sue spalle c’erano le bambine
solo allora vide se stessa riflessa nell’acqua
le prese per mano e le portò via
quando il sole tramontò venne una donna
si fermò dietro di loro e stette a guardare
lasciando orme profonde si avvicinò lentamente
E’ evidente che, leggendo il testo al contrario, la “donna” esercita la stessa e precisa funzione che, nella lettura in senso orario, esercita la pantera. Dunque sono identiche. Pothnia therà. Anche il ruolo delle bambine può essere inverso, speculare: a star dietro le spalle è alternativemante la pantera o la coppia di bambine.
Parte del testo, altresì, si può filtrare in due soli versi, da cui risalta l’identità cercata, da noi e dalla pantera:
quando il sole tramontò venne una donna
…..
solo allora vide se stessa nell’acqua
Che è bello e denso come un haiku. Lo stesso procedimento vale anche per l’inizio e la fine del testo, che sigillano il processo circolare:
Nell’agosto di un’estate torrida si perse una pantera
……..
Il mare si tinse tutto di nero
Ritorniamo adesso sulla testimonianza di Sergio, cioè su quel poco convinto “non lo so” e su l suo “femminile”, su “ricordavo un quadro di Monet in cui c’è una donna, vestita di nero,
con due bambine”. Ho fatto un’indagine (non approfondita) sulla produzione pittorica di Monet e , salvo errore, non ho incontrato il soggetto di cui parlava Sergio. Ho incontrato questi,sui quali Monet tornò varie volte:

E, poi, quello che, suppongo, ha agito impulsivamente su Sergio, così come la parola “buffalo” agì su Montale. Ovviamente non posso dichiarare con certezza che l’immagine che svelerò sia quella giusta. La tentazione di farlo è comunque molto forte perché è come mettere l’ultima traversina sull’ultimo metro di binario. Prima, però, allo scopo di documentare sia il senso di “bambina-donna-pantera” sia per acquisire il simbolo esaminato con testimonianze abbastanza recenti, trascrivo due testi.
Il primo: “La pantera” di Rilke, un poeta, l’unico, che ,indossata la pardalide, è riuscito a pensare come penserebbe una pantera:
Il suo sguardo per lo scorrere continuo delle sbarre
È diventato così stanco che non trattiene più nulla.
E’ come se ci fossero mille sbarre intorno a lui,
e dietro le mille sbarre nessun mondo.
L’incedere morbido dei passi flessuosi e forti,
nel girare in cerchi sempre più piccoli,
è come la danza di una forza intorno a un centro
in cui si erge, stordito, un gran volere.
Soltanto a tratti si alza, muto, il velo delle pupille.
Allora un’immagine vi entra, si muove
Attraverso le membra silenziose e tese
Va a spegnersi nel cuore
Il secondo, di Borges, l’incipit di “L’oro delle tigri”:
Quante volte dopo il giallo tramonto ho visto
la poderosa tigre del bengala
fare e rifare lo stesso cammino
senza sapere che quelle sbarre erano la sua prigione
…..
E’ singolare notare che due straordinari poeti abbiano visto il felino dietro sbarre. E’ singolare che quello di Zuccaro ne sia fuori (ma, ricordiamo, si è “perso”).
E, adesso, possiamo vedere il quadro che, a mio avviso, dormiva nella memoria di Zuccaro e ha “scatenato” la pantera:
Dove -e non è un caso- i personaggi sono speculari-coincidenti, ripetono le posizioni dei soggetti del testo di Zuccaro. In esso uno guarda verso lo spettatore (dunque oltre il quadro) l’altro dentro il quadro-nel-quadro che si trova al di là delle sbarre. Chissà che non si tratti di due visitatrici di uno zoo dove a stare in gabbia siamo noi. Chissà che non abbiano entrambe nostalgia di qualcosa. Chissà che la donna vestita di nero non stia leggendo la poesia di Zuccaro. Mi sa che questa donna la sa molto lunga. Quasi quasi mi fa l’occhiolino. Ora, Watson, mi dici che così si legittima tutto e il contrario di tutto. E’ vero. In poesia si legittima tutto e il contrario di tutto ma questa “tuttezza” è governata dal poeta, che la ricerca. E, Watson, c’è qualche altro indizio che ci aiuta a sciogliere (sciogliere? Chi era legato?) l’enigma. Il testo è dedicato a una donna, una tale “Liopè”. Zuccaro ama i giochi linguistici (es. Livia, altra dedicataria di una poesia, e convertita in “aivil”). Chiesto all’autore chi fosse “Liopè” ci ha informati che sta per “Calliope”. Beh, già il riferimento alla musa sarebbe sufficiente. Ma ne siamo sicuri? L’ indizio nasconde un segnale linguistico troppo preciso per essere casuale. Infatti in “Liopè” si nasconde “leopardo”. Il metodo utilizzato, uno dei tanti possibili, vale solo qui o anche per gli altri testi di Zuccaro? Non diamo niente per scontato. Verifichiamo. “Pantera” finisce con “mare” e con “mare” inizia il testo successivo, “
qualche volta d’estate
la notte era bagnata di lucciole
trapelata du luccicandrelle
ci abitavo anch’io
Le luccicandrelle, le lucciole, sono ovviamente queste persone così come appaiono nel ricordo al poeta, vissute un e per un attimo, una brevis lux. Queste lucciole estive brillano intermittenti come segnali morse, come la luce delle stelle. E’ un balbettìo luminoso col quale il poeta si sente in silenziosa comunione e abitudine (“ci abitavo”. Dove e quando? D’estate o di notte. Non è che abitasse nelle lucciole?) . Ma che succede d’estate e di notte? Talvolta si osservono fuochi fatui. Dunque il poeta qui conferma la propria poetica: è un fuoco fatuo, uno dei tanti. Il paese di cui ci narra è Supino e supina è,appunto, la postura dei morti. La lucciola che brilla è la poesia di Sergio Zuccaro.
Informo infine il lettore che, durante la presentazione del libro, Zuccaro ha dichiarato che il quadro che ricordava vagamente era proprio quello individuato grazie alla nostro lavoro di operai delle ferrovie. Vuoi vedere che uno psicopompo ha preso per mano, come quella donna, Sergio e me? Se, infine, qualche lettore pensa che, una volta andati in senso orario occorrerebbe rifare l’intero percorso in senso antiorario (cioè partire dal quadro di Monet e giungere a rielaborare l’intero testo, a riscriverlo), pensa la cosa giusta e, se lo fa, andrà incontro ad altre sorprese. Ci congediamo con questo enigma.
Mimmo Grasso
domenica 8 giugno 2008
Come aderire a "le isole si accendono 2008"
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