lunedì 25 giugno 2007
Lamento Della Sposa Barocca
Un Testo Semplice, Ma è La Semplicità Ch’è Difficile A Farsi
Il testo presentato alla valutazione e alla consapevole riflessione dei lettori, ha per titolo“La sposa barocca”; dunque inizia col bianco, lo stesso bianco dell’amato Melville (Moby Dick).
Occorrerebbe leggere cosa dicono di questo colore marinai del Pequod e verificare in un saggio di Vittore Pansini come si presenta il “bianco” nella letteratura.
Il bianco era ed è anche la veste dei “candidati” (es. battesimo, comunione) nonché delle vestali. Bianca è la pietra del gotico leccese. Bianco è il colore della fusione atomica.Bianco-candido è l’esplosione delle supernove prima che diventino “buco nero” (qui, in funzione psichica e simbolica).
Questa “sposa” ,mai stata, si lamenta, agisce e struttura le proprie percezioni con accumulo di detriti e di significati. Franco Fortini affettuosamente rimproverò Claudia di questo flusso magmatico che poco respiro concede alla ragione, il che significa “violenza” dello stile.
Non lasciamoci ingannare dall’uso spezzato del ritmo. Claudia è poeta già consapevole dei suoi strumenti, che testa incessantemente. Ad esempio, il verso “Il decoro invidiato: poi che mossa un’impronta si smodi” va letto così”:ìl decòr – invidiàto// pòi che smòssa un’imprònta si smòdi”, che è un dattilo (antico metro greco e latino, che veniva utilizzato soprattutto per il canto (e qui c’è il lamento della sposa) e la danza (quelle di cui si parla nel testo).
Molte sono le “omofonie” (parole che nascono da parole per identità o similarità di suono) e gli anagramma (parole che si nascondono in altre parole): elemento tipico dell’architettura barocca.
Quanto al significato (il “che vuol dire”), al messaggio che viene lanciato e che si vuole percepire nella sua direzionalità “univoca” ne diamo una trasposizione metaforico-letterale, pregando i lettori di osservare gli andamenti delle immagini e i movimenti della percezione:
Mi sarei fatta piccolissima, mi sarei umiliata (t’avrei lavato i piedi). Il gesto del lavare i piedi è sacro, religioso. Dunque è alto, non basso. Ed ecco che scatta l’immagine dell’altissimo. “Altissimo” perché la sposa barocca che qui si lamenta è, molto probabilmente, mancando indicazioni della poeta, la vergine Maria.L’ambiente in cui viene elavto il lamento è certamente una chiesa.
Mi sarei fatta altissima come i soffitti dei cieli, che scavalco con semplicità, oppure altissima come una voce (il canto) che si sfascia e sconquassa in altra voce, quella umana, voce che va di voce in voce, e che, giunta al di là dei cieli, torna sulla terra ricca di significati che agli altri sembrano voci di follia, cioè di vuoto, come i cieli (appare qui il “folle volo” di Ulisse, secondo la metafora di Dante). Questa stessa voce divina, nel suo essere destinata all’umano, tenta di raggiungere di nuovo l’alto nell’alto dei cieli mediante lo strumento musicale dell’organo (c’è un’idea di coro, di quelli che si posizionano in fila, a schiere, intorno all’organo – qui di Bach o da canto gregoriano in profondo “re”). ). Mi sarei fatta altissima come un animale o un nemico che quando ci assalta ci sembra molto più alto di noi (tra l’altro, “assalto” implica un moto identico allo “scavalcare” i cieli), o alta come il candore bianco-demente (la purezza, impossibile per noi, folle) delle colonne che sorreggono le volte delle cattedrali, e cioè lo stesso “peso” del vuoto celeste.
Qui Claudia vede evidentemente colonne con capitelli corinzi (la “corolla”), colonne come fiori pietrificati. Lo svilupparsi in orizzontale e verticale dello spazio dell’immaginazione suggerisce a Claudia la visione delle colonne come elementi che sorreggono, nel loro stare “a schiere” (dunque come le voci del coro, dunque come le canne dell’organo) un canto di maledizione, quella dell’arcangelo Gabriele che accompagnò Adamo ed Eva fuori dal paradiso terrestre, dopo il peccato “originale-originario”, maledicendo l’uomo, secondo il racconto biblico. Gabriele qui è canto, puro profilo che cade, cioè scompare se, nel momento in cui appare, compare anche un terribile vento (la scena è tipica delle presenze arcane: attribuiamo infatti al vento molti sensi spirituali e ancestrali).
Questo vento fa smuovere le vele (e si ricordi che le cattedrali hanno volte spesso fatte “a vela” e che la parte centrale si chiama “navata”) che, anch’esse, come il profilo e il canto di Gabriele, cadono “ruvide” (perché Claudia sente di toccarle, sono fisicamente presenti). Le vele come sudario del canto.
Con movimento contrario, si ritorna dall’altissimo al piccolissimo: sarei stata un mese estivo, un insetto che ronza con le sue ali (anche Gabriele, in quanto angelo, ha le ali) o uno star ferma immobile (le colonne, di nuovo, e l’organo), un radunarsi corale e coreutico (danzante) di teste e di cosce in una balera ( dal coro angelico si passa a quello corporale e fisico, dallo spazio della cattedrale a quello della balera: dal paradiso al solo terreno) .
La sorte di sorreggere, di essere colonna, è la sorte di sapere impossibile il tornare al divino. In una lettura mariologica, è il sapere di essere vergine e madre, figlia del proprio figlio.
Si noti che qui compare “impigliare” che è tipico del ragno, analogo all’octopus, il polipo, che chiude il testo. Va altresì annotato che le cattedrali hanno sulla facciata il “rosone”, cioè un cerchio, ma più spesso un ottagono (che è un simbolo molto ricco) che serve a filtrare e convogliare la luce verso il tabernacolo. Il ragno e il polipo hanno otto zampe o tentacoli. Si delinea pertanto il senso di “sposa barocca”: la luce.
La sorte di sorreggere il sapersi creatura, se anche prescelta dall’Altissimo, attira comunque la luce verso terra (e così appare: la luce “cade” a terra,ruvida come le vele) e si vorrebbe un destino terreno,si vorrebbe –e qui compare un elemento dionisiaco di “scissione” e transe- danzare (sempre il coro e la coreutica) o “adorare” trentatrè fuochi (chiediamoci perché proprio 33).
E in ciò si troverebbe pace alla tortura di essere una cosa sapendo di essere nati per un’altra cosa, di essere una specie di “sirena” (metà donna-metà uccello o pesce, secondo l’iconografia dei miti, che riguardano anche la tradizione di Maria). E infatti il soffitto della cattedrale, istoriato, appare come la veste del vuoto, una veste di pace,di assenza, un “decoro” (quello della sposa) invidiato. Qui “invidiato” va inteso come “in-videns”, riguarda proprio gli occhi, la visione e non ha un senso morale. Ricordiamo, altresì, che Maria è “Regina Pacis”.
L’ultima immagine, preceduta da alcune forme verbali e collegamenti intertestuali, sembra la più difficile.
Che significa, infatti, che in una cattedrale di pace si smuove un’impronta ad otto tentacoli? Che c’entra un ragno o un polipo qui?
E da dove devono uscire le torture?
L’impronta è qualcosa che qualcuno lascia nel suo passaggio. L’impronta è del piede o delle mani. L’impronta è un indizio che serve al detective per individuare un possibile “colpevole”.
Non solo: visivamente, occorre tener presente che nei rilievi delle cattedrali, specie del periodo gotico, appaiono moltissimi mostri (si veda, p.es. Notre Dame), che hanno una precisa funzione “dialettica” e conoscitiva, didascalica, oltre che ornamentale.
Questa impronta qui, caro Watson, è precisamente l’impronta dei piedi che vengono lavati all’inizio del testo.
E a chi appartengono quei piedi? Chi si chinò per lavare i piedi ai propri discepoli?
Dunque, il “colpevole” è lui, che visse 33 anni? Colpevole di cosa, se fu giustiziato innocente?
Ma colpevole, evidentemente, di dire la verità, come i folli, togliere la maschera e osare dire –nientemeno, e proprio agli ebrei e ai romani che
vivevano in funzione dell’ “onore”, dell’apparenza, delle cose che si hanno, dello status sociale- , che “gli ultimi saranno i primi”. Un pazzo scatenato. Come tutti i vigliacchi, quando uno ci dice la verità, che il re è nudo, facciamo gruppo, cerchiamo conforto alle nostre superstizioni nel consenso del gruppo, lasciando solo sulla croce della derisione chi ci dimostra la nostra follia.
Caro Watson, è probabile che Claudia abbia avuto un’intuizione telogica
e problematica come quelle che vedono Giuda come martire.
Il caos tentacolare che si annida in questo testo lascia supporre una visione del creato come stella implosa, cella di Boezio in cui l’unico spiraglio di luce è appunto questa mulier amicta solis, vergine e sposa, con la quale Claudia si identifica.
E le torture? Sono sia quelle del proprio vissuto (e allora la cattedrale in cui si trova Claudia è la propria storia) sia, ovviamente, quelle che saranno inflitte alla parola (Cristo) alzata come il serpente sulla croce.
Oso immaginare che questo testo possa essere stato scritto dopo la deposizione quotidiana della parola, che chi parla è la Pietà.
Quando noi torturiamo qualcuno, lo facciamo perché ci dica qualcosa, perché confessi la verità. Sforzo inutile, perché la parola dei dicenti, i poeti, è verità già detta e noi non facciamo altro che coprire di polvere la sua eco, di seppellirla nelle cattedrali, lei che è nata libera e che rende liberi,che si mimetizza sul fondale come i polipi, che vuole, in fondo, solo essere ascoltata (e in ciò ci lascia liberi), che rimbombi nel “decoro invidiato” delle navate delle cattedrali.
E’ lei che lascia impronte, che si annida come il polipo, è lei che la luce vuole scoprire.
Il collegamento “piedi” (all’inizio) e “octopus” andrebbe approfondito e chiarito, ma non mi pare questa la sede. Ci riserviamo di farlo in uno scritto successivo.
Il testo presentato alla valutazione e alla consapevole riflessione dei lettori, ha per titolo“La sposa barocca”; dunque inizia col bianco, lo stesso bianco dell’amato Melville (Moby Dick).
Occorrerebbe leggere cosa dicono di questo colore marinai del Pequod e verificare in un saggio di Vittore Pansini come si presenta il “bianco” nella letteratura.
Il bianco era ed è anche la veste dei “candidati” (es. battesimo, comunione) nonché delle vestali. Bianca è la pietra del gotico leccese. Bianco è il colore della fusione atomica.Bianco-candido è l’esplosione delle supernove prima che diventino “buco nero” (qui, in funzione psichica e simbolica).
Questa “sposa” ,mai stata, si lamenta, agisce e struttura le proprie percezioni con accumulo di detriti e di significati. Franco Fortini affettuosamente rimproverò Claudia di questo flusso magmatico che poco respiro concede alla ragione, il che significa “violenza” dello stile.
Non lasciamoci ingannare dall’uso spezzato del ritmo. Claudia è poeta già consapevole dei suoi strumenti, che testa incessantemente. Ad esempio, il verso “Il decoro invidiato: poi che mossa un’impronta si smodi” va letto così”:ìl decòr – invidiàto// pòi che smòssa un’imprònta si smòdi”, che è un dattilo (antico metro greco e latino, che veniva utilizzato soprattutto per il canto (e qui c’è il lamento della sposa) e la danza (quelle di cui si parla nel testo).
Molte sono le “omofonie” (parole che nascono da parole per identità o similarità di suono) e gli anagramma (parole che si nascondono in altre parole): elemento tipico dell’architettura barocca.
Quanto al significato (il “che vuol dire”), al messaggio che viene lanciato e che si vuole percepire nella sua direzionalità “univoca” ne diamo una trasposizione metaforico-letterale, pregando i lettori di osservare gli andamenti delle immagini e i movimenti della percezione:
Mi sarei fatta piccolissima, mi sarei umiliata (t’avrei lavato i piedi). Il gesto del lavare i piedi è sacro, religioso. Dunque è alto, non basso. Ed ecco che scatta l’immagine dell’altissimo. “Altissimo” perché la sposa barocca che qui si lamenta è, molto probabilmente, mancando indicazioni della poeta, la vergine Maria.L’ambiente in cui viene elavto il lamento è certamente una chiesa.
Mi sarei fatta altissima come i soffitti dei cieli, che scavalco con semplicità, oppure altissima come una voce (il canto) che si sfascia e sconquassa in altra voce, quella umana, voce che va di voce in voce, e che, giunta al di là dei cieli, torna sulla terra ricca di significati che agli altri sembrano voci di follia, cioè di vuoto, come i cieli (appare qui il “folle volo” di Ulisse, secondo la metafora di Dante). Questa stessa voce divina, nel suo essere destinata all’umano, tenta di raggiungere di nuovo l’alto nell’alto dei cieli mediante lo strumento musicale dell’organo (c’è un’idea di coro, di quelli che si posizionano in fila, a schiere, intorno all’organo – qui di Bach o da canto gregoriano in profondo “re”). ). Mi sarei fatta altissima come un animale o un nemico che quando ci assalta ci sembra molto più alto di noi (tra l’altro, “assalto” implica un moto identico allo “scavalcare” i cieli), o alta come il candore bianco-demente (la purezza, impossibile per noi, folle) delle colonne che sorreggono le volte delle cattedrali, e cioè lo stesso “peso” del vuoto celeste.
Qui Claudia vede evidentemente colonne con capitelli corinzi (la “corolla”), colonne come fiori pietrificati. Lo svilupparsi in orizzontale e verticale dello spazio dell’immaginazione suggerisce a Claudia la visione delle colonne come elementi che sorreggono, nel loro stare “a schiere” (dunque come le voci del coro, dunque come le canne dell’organo) un canto di maledizione, quella dell’arcangelo Gabriele che accompagnò Adamo ed Eva fuori dal paradiso terrestre, dopo il peccato “originale-originario”, maledicendo l’uomo, secondo il racconto biblico. Gabriele qui è canto, puro profilo che cade, cioè scompare se, nel momento in cui appare, compare anche un terribile vento (la scena è tipica delle presenze arcane: attribuiamo infatti al vento molti sensi spirituali e ancestrali).
Questo vento fa smuovere le vele (e si ricordi che le cattedrali hanno volte spesso fatte “a vela” e che la parte centrale si chiama “navata”) che, anch’esse, come il profilo e il canto di Gabriele, cadono “ruvide” (perché Claudia sente di toccarle, sono fisicamente presenti). Le vele come sudario del canto.
Con movimento contrario, si ritorna dall’altissimo al piccolissimo: sarei stata un mese estivo, un insetto che ronza con le sue ali (anche Gabriele, in quanto angelo, ha le ali) o uno star ferma immobile (le colonne, di nuovo, e l’organo), un radunarsi corale e coreutico (danzante) di teste e di cosce in una balera ( dal coro angelico si passa a quello corporale e fisico, dallo spazio della cattedrale a quello della balera: dal paradiso al solo terreno) .
La sorte di sorreggere, di essere colonna, è la sorte di sapere impossibile il tornare al divino. In una lettura mariologica, è il sapere di essere vergine e madre, figlia del proprio figlio.
Si noti che qui compare “impigliare” che è tipico del ragno, analogo all’octopus, il polipo, che chiude il testo. Va altresì annotato che le cattedrali hanno sulla facciata il “rosone”, cioè un cerchio, ma più spesso un ottagono (che è un simbolo molto ricco) che serve a filtrare e convogliare la luce verso il tabernacolo. Il ragno e il polipo hanno otto zampe o tentacoli. Si delinea pertanto il senso di “sposa barocca”: la luce.
La sorte di sorreggere il sapersi creatura, se anche prescelta dall’Altissimo, attira comunque la luce verso terra (e così appare: la luce “cade” a terra,ruvida come le vele) e si vorrebbe un destino terreno,si vorrebbe –e qui compare un elemento dionisiaco di “scissione” e transe- danzare (sempre il coro e la coreutica) o “adorare” trentatrè fuochi (chiediamoci perché proprio 33).
E in ciò si troverebbe pace alla tortura di essere una cosa sapendo di essere nati per un’altra cosa, di essere una specie di “sirena” (metà donna-metà uccello o pesce, secondo l’iconografia dei miti, che riguardano anche la tradizione di Maria). E infatti il soffitto della cattedrale, istoriato, appare come la veste del vuoto, una veste di pace,di assenza, un “decoro” (quello della sposa) invidiato. Qui “invidiato” va inteso come “in-videns”, riguarda proprio gli occhi, la visione e non ha un senso morale. Ricordiamo, altresì, che Maria è “Regina Pacis”.
L’ultima immagine, preceduta da alcune forme verbali e collegamenti intertestuali, sembra la più difficile.
Che significa, infatti, che in una cattedrale di pace si smuove un’impronta ad otto tentacoli? Che c’entra un ragno o un polipo qui?
E da dove devono uscire le torture?
L’impronta è qualcosa che qualcuno lascia nel suo passaggio. L’impronta è del piede o delle mani. L’impronta è un indizio che serve al detective per individuare un possibile “colpevole”.
Non solo: visivamente, occorre tener presente che nei rilievi delle cattedrali, specie del periodo gotico, appaiono moltissimi mostri (si veda, p.es. Notre Dame), che hanno una precisa funzione “dialettica” e conoscitiva, didascalica, oltre che ornamentale.
Questa impronta qui, caro Watson, è precisamente l’impronta dei piedi che vengono lavati all’inizio del testo.
E a chi appartengono quei piedi? Chi si chinò per lavare i piedi ai propri discepoli?
Dunque, il “colpevole” è lui, che visse 33 anni? Colpevole di cosa, se fu giustiziato innocente?
Ma colpevole, evidentemente, di dire la verità, come i folli, togliere la maschera e osare dire –nientemeno, e proprio agli ebrei e ai romani che
vivevano in funzione dell’ “onore”, dell’apparenza, delle cose che si hanno, dello status sociale- , che “gli ultimi saranno i primi”. Un pazzo scatenato. Come tutti i vigliacchi, quando uno ci dice la verità, che il re è nudo, facciamo gruppo, cerchiamo conforto alle nostre superstizioni nel consenso del gruppo, lasciando solo sulla croce della derisione chi ci dimostra la nostra follia.
Caro Watson, è probabile che Claudia abbia avuto un’intuizione telogica
e problematica come quelle che vedono Giuda come martire.
Il caos tentacolare che si annida in questo testo lascia supporre una visione del creato come stella implosa, cella di Boezio in cui l’unico spiraglio di luce è appunto questa mulier amicta solis, vergine e sposa, con la quale Claudia si identifica.
E le torture? Sono sia quelle del proprio vissuto (e allora la cattedrale in cui si trova Claudia è la propria storia) sia, ovviamente, quelle che saranno inflitte alla parola (Cristo) alzata come il serpente sulla croce.
Oso immaginare che questo testo possa essere stato scritto dopo la deposizione quotidiana della parola, che chi parla è la Pietà.
Quando noi torturiamo qualcuno, lo facciamo perché ci dica qualcosa, perché confessi la verità. Sforzo inutile, perché la parola dei dicenti, i poeti, è verità già detta e noi non facciamo altro che coprire di polvere la sua eco, di seppellirla nelle cattedrali, lei che è nata libera e che rende liberi,che si mimetizza sul fondale come i polipi, che vuole, in fondo, solo essere ascoltata (e in ciò ci lascia liberi), che rimbombi nel “decoro invidiato” delle navate delle cattedrali.
E’ lei che lascia impronte, che si annida come il polipo, è lei che la luce vuole scoprire.
Il collegamento “piedi” (all’inizio) e “octopus” andrebbe approfondito e chiarito, ma non mi pare questa la sede. Ci riserviamo di farlo in uno scritto successivo.
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8 commenti:
Ho tenuto stretta la bottiglia con il messaggio che io stessa avevo scritto molto molto tempo fa.
Sono finita, stanca, sulla riva della spiaggia di Miseno ed è stato lì che i piccioni viaggiatori mi hanno preso dalla riva.
Ero io il messaggio ed io il senso.
Avevo perduto il mio senso e un giorno lo ritroverò nel bianco di una sposa mai stata, nel candore di una donna che voleva essere solo ascoltata e che poi ha scelto di morire.
Caro Mimmo quale sarà il messaggio che invierò al nulla? forse Gabriele mi parlerà o forse qualcuno mi parla ed io non ho più orecchie da ascoltare.
Al peso del mio ascolto verrò a lavare le tue foglie.
Fioriranno germogli?
Vediamo i piccioni dove mi portano
Un abbraccio
Quando noi torturiamo qualcuno, lo facciamo perché ci dica qualcosa, perché confessi la verità. Sforzo inutile, perché la parola dei dicenti, i poeti, è verità già detta e noi non facciamo altro che coprire di polvere la sua eco, di seppellirla nelle cattedrali, lei che è nata libera e che rende liberi,che si mimetizza sul fondale come i polipi, che vuole, in fondo, solo essere ascoltata (e in ciò ci lascia liberi), che rimbombi nel “decoro invidiato” delle navate delle cattedrali.
E’ lei che lascia impronte, che si annida come il polipo, è lei che la luce vuole scoprire.
E' lei che un giorno molto lontano scoprì la luce. Fu la poesia a portargliela e lei non si annidò come un polipo. Volle prendere la vita con i tentacoli e tenersela stretta. Claudia voleva scoprire la luce che le è stato impedito di scoprire qui. Claudia era poetessa. Claudia ha parlato con Gabriele? O con Gesù? Claudia forse non è stata capace di reggere così tanta bellezza?
Claudia ha sentito il Cristo sulla Croce? Claudia è schizofrenica?
Cara Claudia sappi che di tutti i tuoi moti interiore il mio amico poeta Mimmo Grasso è capace di leggere l'animo, accoglierlo e nonostante sa di essere umano tra gli umani ti ha salvato sai perchè? Perchè nonostante tu hai scelto di morire sei entrata dentro le nubi là dove incontri la luce cantando.
Per questo hai cantato?
Cara Claudia sei una donna fortunata. Dall'aldilà o di qua hai conosciuto un tipo bellissimo e complesso. Si chiama Mimmo ed è l'unico uomo che possa mai amarti.
Lui è poesia
Ciao Claudia stai bene e sempre con i piedi bene messi nelle nubi.
Ciao Mimmo
Molto molto interessante, veramente.
L'unica annotazione che mi viene da fare è sul concetto in prima battuta espresso del bianco.
Che a mio avviso va letto nel contesto (l'epigrafe è esterna ai 17 poemetti) del viaggio.
il 29 col Desiati abbiamo presentato la figura di Claudia ad Alessano, e c'era anche la Mazzone (dottoressa di Claudia) la quale ha sottolineato alcuni episodi di Claudia nella chiesa di Alessano.
alla luce di questi "aneddoti" la vostra interpretazione risulta possibile, cosa che invece immagino facilmente "improbabile" al Zizzi, vecchio amico di Claudia.
complimenti, veramente, e spero di leggere ancora
Alessandro Canzian
http://xoomer.virgilio.it/alessandrocanzian
Scusa Alessandro ma cosa succede nella chiesa a Claudia???
Il bianco non è colore è solo la tavola su cui scrivere le nostre pagine.
Allora, ho visto un pò il tuo sito.
Parlami di te. Sei un poeta? così giovane? A quanti anni la poesia ti ha trovato? Rispondimi
Sole-zingaro
Dunque, il concetto di Chiesa in questo testo mi colpisce (parlo ovviamente per quanto riguarda la mia interpretazione e nei limiti del mio lavoro, esistono a tutt'oggi diverse letture come ho già indicato, ad esempio quella anticattolica del Zizzi) in quanto pochissimi giorni fa sentivo la Mazzone (ripeto, dottoressa che ha seguito per un anno la psiche indebolita e disturbata e di Claudia ad Alessano, e il difficile rapporto con la madre) raccontare che ogni tanto andavano nella Chiesa di Alessano, che si trova proprio davanti al bar dove sedevano a parlare (anche se "parlare" è forse un termine riduttivo dell'architettura teatralistica che Claudia impiantava anche discorrendo, questo concetto si fa palese per chiunque abbia ascoltato la voce di Claudia dalle registrazioni ancora esistenti). In questa Chiesa Claudia andava ogni tanto dicendo "oggi ci entro pura" ogni tanto dicendo "oggi ci entro blasfema" e chiedendo, quando si sentiva "blasfema", alla Mazzone se era il caso che lei entrasse.
Ecco, alla luce di questo aneddoto il concetto di Chiesa presentato acquisisce un senso molto interessante non tanto nel dato interpretativo che si porge all'attenzione, quanto nell'aver trovato forse una genesi "visiva", "concreta", l'input insomma, da cui deriva il testo.
Il mio lavoro non è stato sui singoli testi ma sull'impianto completo, su "Inferno minore" come opera UNA e come viaggio che evolve.
Pertanto leggo questo testo come un punto di passaggio nel "percorso" "Inferno minore" e interpreto i vari dati alla luce di questo "percorso".
Premesso questo credo sia ovvio che non posso rispondere alla domanda posta (non ha alcun senso all'interno del mio lavoro) su che cosa ha fatto Claudia in quella Chiesa in quanto per me (e ripeto, nella mia opinabilissima interpretazione poi sfociata nel saggio "Oppure mi sarei fatta altissima", ma di cui l'autore del post iniziale è già a conoscenza) Claudia non è mai entrata in quella Chiesa.
Questo testo a mio avviso rappresenta il momento più alto e doloroso del fallimento di Claudia e di tutto l'"Inferno minore".
Claudia cercava di ripercorrere la strada dantesca per giungere alla vita (il Dio di Dante) ma partendo da una premessa di corruzione (la realtà di Claudia intrisa di fatalismo) e innocenza (il desiderio di raggiungere con la poesia ciò che la realtà le toglieva), che leggiamo dal "bianco" di Melville.
A me l'interpretazione del "bianco" pare più corretta così, sopratutto se la poniano sullo stesso piano del simbolo del "falco", il quale è sia "l'avverso" (dai testi di Claudia), sia il portatore di oscuri presagi (dal Moby Dick di Melville) sia il "falco alto levato" montaliano (Montale compare in un'epigrafe della terza parte).
E allo stesso tempo il "falco" è una reminiscenza di Claudia.
Con il "bianco" succede la stessa cosa.
Il bianco è un tendere a qualcosa pur sapendo (il fatalismo) che tale obiettivo è irraggiungibile.
Per quanto riguarda il concetto proposto nel verso "oppure mi sarei fatta altissima" posto nell'interpretazione come un "oppure mi sarei fatta piccolissima" mi trovo, oggi più di ieri (ci ho riflettuto un poco) in disaccordo.
Il verso dice:
"T'avrei lavato i piedi
oppure mi sarei fatta altissima"
Qui l'interpretazione data vuole una sorta di continuità tra i due versi, di affinità sostanziale che a mio avviso ignora quel fortissimo (e centralissimo) "oppure".
Come ho detto all'inizio Claudia entra in Chiesa talvolta dicendo "oggi sono pura" talvolta dicendo "oggi sono blasfema".
L'antitesi, i punti all'opposto, l'esagerazione che si fa teatro è uno dei punti cardine della psiche di Claudia.
Quell'"oppure" segna tutta l'immensa distanza di ciò che Claudia ha dentro e che convive in lei.
Segna un'innalzamento al cielo smisurato ("mi sarei fatta altissima") e al contempo una riduzione al nulla che si genera in un amore sia umano sia religioso ("t'avrei lavato i piedi", che poi nella terza parte diventerà l'"amaro carnevale").
Questo amore umano e religioso in questo particolare testo (nella terza parte di "Inferno minore", quindi verso la conclusione) trova conferme nell'opera successiva, "Pagine del travaso", che riprenderà il concetto di amore umano e religioso portandolo schizofrenicamente all'eccesso, basti contare tutte le citazioni che abbiamo dal "Cantico dei Cantici" biblico).
L'immagine che sta attorno al 33 è un riferimento al Paradiso dantesco che credo stia a significare la fortissima tensione al raggiungimento della "vita" di Claudia (il Dio per Dante) che è la sostanza di tutto l'"Inferno minore".
Ma non riesce, non va oltre il desiderio, la possessione è impossibile.
L'octapus finale a mio avviso va
letto tenendo conto di tutto questo.
L'octapus è l'essere grottesco, carnevalesco, goffo, che tanto si distanzia dal "falco" che invece tenta il volo nonostante il logoro.
L'octapus è Claudia stessa nella definitiva coscienza di non potersi "fare altissima" nè "lavare i piedi" (l'amore negato, umano e religioso, di quest'ultimo si veda la ripetizione del "pezzo" su Ninive).
La negazione continua conferma il significato del bianco di Melville, dell'oscuro fantasma che diventa "amaro Carnevale" a cui "tutto è minore".
Alessandro Canzian
http://xoomer.virgilio.it/alessandrocanzian
Segna un'innalzamento al cielo smisurato ("mi sarei fatta altissima") e al contempo una riduzione al nulla che si genera in un amore sia umano sia religioso ("t'avrei lavato i piedi", che poi nella terza parte diventerà l'"amaro carnevale").
questo, caro alessandro, è quello che tu hai scritto che mi colpisce particolarmente.
scusami ma trovo la tua interpretazione troppo interpretata.
per entrare in Claudia che in parte sente di essere Dio sino ad arrivare al suicidio per disperazione o perchè si sente inadeguata addirittura quasi schizofrenica, bisogna ascoltarla dentro forse ascoltando semplicemente alcune parti di noi stessi. Non credi?????
Claudia entra in Chiesa con un doppio dentro di sè: forse il bene e il male, forse il volersi sentire pura ad ogni costo e nel contempo non reggere i suoi sensi di colpa.
Claudia, secondo me, è entrata in una Chiesa e non ha molta importanza se fosse esterna a sè o forse solo una proiezione di se stessa.
Il doppio che aveva dentro non l'ha saputo reggere, fragile com'era ed ha ceduto all'altissimo.
T'avrei lavato i piedi in segno di amore o sottomissione? Mi sarei fatta altissima...ma questa è la seconda cosa che dice dato che secondo me l'unico modo per raggiungere la sua parte altissima era e resta il suo gesto finale.
Nella sua testa esisteva solo arrivare a Dio velocemente e forse dico forse ci è riuscita?
Perdonami, io non sono una poetessa (ci provo!) ma qualcuno mi ha detto che il mio modo di sentire la vita è da poeta.
Grazie per le tue risposte..potremmo continuare?
Ciao Alessandro
sole-zingaro
Dunque, aspetta.
innanzitutto non esiste un Dio come punto d'arrivo per Claudia ma il paragone con Dio viene inevitabile dal rapporto che lei ha con Dante.
con questo non voglio dire che Claudia cercava il Dio di Dante, bensì che il parallelo del Dio di Dante per Claudia è la vita.
Dante fa un viaggio per raggiungere Dio.
Claudia fa un viaggio per raggiungere la vita.
(anche se anche questo concetto andrebbe approfondito, ne sto facendo un articolo su www.whipart.it)
oltre a questo una domanda.
hai letto "Inferno minore"?
altrimenti viene un pò difficile parlarne.
Alessandro Canzian
http://xoomer.virgilio.it/alessandrocanzian
non l'ho letto ma ti ringrazio tantissimo per la risposta.
leggerò il tuo articolo,
Claudia fa un viaggio e trova la non-speranza nel mentre cerca la speranza - Dio
Io sto facendo un viaggio ma per adesso sono nel bel mezzo di una tempesta!
A presto
sole- zingaro
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